Il Giappone teme la crisi degli anime

Tempi duri per i cartoni animati nipponici, messi in difficoltà dalla crisi finanziaria e dalla diffusione dei siti di videosharing gratuiti. Futuro preoccupante per centinaia di aziende sparse il tutto il Sol Levante e migliaia di addetti.


Anche la bolla dell’animazione, che nell’ultimo decennio aveva portato nelle tasche dei produttori di anime oltre 200 miliardi di yen all’anno, sta ormai per scoppiare. E per la fiorente industria giapponese dei cartoni animati, gli anime, l’orizzonte si fa sempre più torvo. Nel 2007, mostrano impietose le statistiche dell’Association of japanese animation (Aja), le vendite hanno già fatto registrare un calo di oltre 20 miliardi di yen, e i risultati del 2008 si preannunciano ancora peggiori. Colpa prima di tutto della crisi finanziaria che, spiega il direttore esecutivo dell’Aja Yasuo Yamaguchi, «costringe gli sponsor a ridurre l’investimento in pubblicità tv, e così riduce il budget per l’animazione, colpendo tutti i livelli coinvolti nella produzione». Meno spot, meno investimenti, meno serie. «Ci sarà una consistente diminuzione del numero di prodotti trasmessi, e le agenzie che hanno le tv come fonte principale di introiti dovranno cercare altri canali». Ma parte delle responsabilità vanno anche all’evoluzione del contenuto degli anime, sempre più ricchi di contenuti forti, violenti o sessualmente espliciti che ne rendono più difficile la trasmissione in televisione. «la demografia dei fruitori di anime – spiega Yoshihiko Noda, della casa di produzione Asatsu-DK – ha iniziato a cambiare negli ultimi 7 o 8 anni. Chi è cresciuto guardando i cartoni è diventato più vecchio, e comincia a cercare contenuti più adulti, che però sono concepiti soprattutto per il mercato dell’home video».

La beffa dei fan – Paradossalmente, tra i colpevoli della crisi nell’industria degli anime c’è anche la sua crescente popolarità in tutto il mondo. L’aumento esponenziale dei siti di video sharing e dei gruppi di fansubbing (distribuzione di cartoni animati in lingua originale con sottotitoli artigianali inseriti dagli stessi fan) sta infatti erodendo ulteriormente la redditività del mercato dell’home video per le grandi case nipponiche. «Questi siti rendono disponibili i nostri programmi quasi immediatamente dopo la trasmissione in Giappone – lamenta Keisuke Iwata, direttore del canale televisivo specializzato in anime AT-X – con tanto di traduzione in inglese. E questo ha un grave impatto sulle vendite». Tanto che c’è chi, non riuscendo a sconfiggere il nemico, sta tentando un’alleanza. E’ il caso del settore animazione di Tv Tokyo, che a gennaio ha siglato un accordo con il sito statunitense Crunchyroll per offrire agli utenti un pacchetto, al costo di 6,95 dollari al mese, con le ultime puntate delle serie di maggior successo attualmente in programmazione in madrepatria, senza pubblicità e in alta qualità.

Le dimensioni dell’industria – «L’animazione non si fa gratis – ha commentato Yukio Kawasaki, che di Tv Tokyo è il general manager –  Costa molto duro lavoro e un sacco di soldi, e non possiamo permetterci di continuare a produrre contenuti di qualità senza il supporto finanziario dei fan». Gli anime sono in effetti prodotti molto complessi, frutto di una lunga catena industriale che parte dallo studio di animazione, che spesso è anche casa di produzione, per arrivare alle strutture di distribuzione cinematografica, alle emittenti tv e ai produttori di home video e merchandising. Un esercito di oltre 300 imprese produttrici, che danno lavoro a migliaia di persone tra character designer, disegnatori, sceneggiatori, animatori, tecnici del suono e doppiatori, a cui vanno aggiunte 160 aziende di computer ghaphics, 350 strutture di postproduzione e diverse migliaia di punti vendita e noleggio di dvd. La filiera è organizzata attraverso comitati di produzione, uno per ogni serie o film, che collegano i diversi soggetti coinvolti nel progetto (studio di animazione, emittente tv e azienda home video), raccolgnono l’investimento iniziale, gestiscono il business plan e vigilano sulla corretta spartizione dei profitti. In questo modo, rischi e guadagno si suddividono molto più equamente che con il metodo tradizionale, che prevedeva un incarico agli studi da parte delle televisioni per la realizzazione di un prodotto, e la gestione dei diritti editoriali per ciascun medium diventa un passaggio fondamentale.

(immagini da ’Ghost in the shell – Innocence’, Go Fish Pictures, 2004)

Fonte: Clicca quì

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